SUICIDA BRUNO FORTUNATO, L’AGENTE POLFER FERITO SUL TRENO ROMA-FIRENZE

In quel mezzogiorno di fuoco fu catturata Nadia Desdemona Lioce e ucciso l’altro brigatista Mario Galesi.

Bruno Fortunato in una foto d'archivio.

di Francesco Gabriele

Un colpo alla testa con la pistola d’ordinanza, la stessa che aveva impugnato nel tragico conflitto a fuoco che portò alla cattura della brigatista Nadia Desdemona Lioce, il 2 marzo del 2003. Quel giorno gli aveva cambiato inesorabilmente la vita, e il ricordo di quel giorno lo ha perseguitato fino a portarlo alla morte.

Bruno Fortunato si è suicidato ieri sera pochi minuti prima della mezzanotte. 52 anni, sovrintendente in pensione della polizia ferroviaria, era “il personaggio meno conosciuto della sparatoria sul treno” – come afferma Antonio Bonacci, il legale che lo seguì in parte civile al processo – “ma anche l’uomo cardine grazie al quale fu bloccata la Lioce”.

Fortunato rimase gravemente ferito durante la sparatoria sul diretto Roma-Firenze: quello che lui stesso avrebbe definito un forte “pizzico all’addome” era in realtà il colpo di pistola inflittogli da Galesi che gli perforò il fegato e un polmone. L’agente però riuscì a reagire, uccidendo il brigatista, che già aveva colpito a morte il collega Emanuele Petri. Ma la resa dei conti non era ancora arrivata: la Lioce, dopo aver sottratto l’arma d’ordinanza a Giovanni Di Fronzo – l’agente che individuò la presenza dei due Br su uno dei vagoni – lo mirò e cercò di fare fuoco. Non ci riuscì soltanto per la sicura della pistola rimasta inserita.

“Il mio rammarico più grande è di non essere riuscito ad uccidere Nadia Desdemona Lioce” aveva detto tempo fa Fortunato in una delle testimonianze rese al processo alle Br. La medaglia d’oro al valor civile, della quale fu insignito insieme ai due compagni di pattuglia, aveva poi soltanto attenuato un altro profondo senso di frustrazione che l’ex agente rese pubblico con le sue parole del maggio 2006: “Qualche sera fa ho ascoltato un’intervista ai parenti di Aldo Moro: hanno detto che nessuno si è più ricordato di loro, nemmeno gli amici. E’ la stessa cosa che accade a me, nonostante io abbia incontrato le Brigate Rosse molto più recentemente”.

Visibilmente scossa nell’apprendere la notizia del suicidio è apparsa la vedova di Emanuele Petri, la signora Alma: “E’ una cosa che non mi sarei mai aspettata” l’unico commento che ha voluto rilasciare. Saranno ora i figli di Fortunato, arruolatisi in polizia proprio come quello di Petri, a raccogliere l’eredità professionale degli agenti di quel maledetto treno. Padri per loro, eroi che non devono esser dimenticati per noi.

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